martedì 30 novembre 2010

Grazia in San Bernardo del Cile

Testimonianza del miracolo che viviamo e di cui siamo testimoni in San Bernardo, Cile.

Il giorno 8 dicembre del 2009 mio marito Oscar Mendez Silva di 60 anni, in lista per un trapianto di rene, con dialisi trisettimanale per insufficienza renale cronica renale, all’alba cominciò a manifestare tosse e soffocamento, pertanto lo accompagnammo con urgenza all’ospedale clinico dell’Università del Cile, luogo dove già effettuava la dialisi e dove si studiava un possibile trapianto.

Venne ricoverato con i sintomi di un infarto silenzioso, ipotesi che gli esami confermarono: infarto del miocardio con occlusione di tre arterie, da operare chirurgicamente mediante collocazione di un bye pass.

L’operazione venne fissata per il 14 /12/ 2009 dalle 8,00 del mattino alle 14,00.

Il mio tesoro sempre così positivo e tranquillo mi disse: "Non preoccupatevi, anche se sarò intubato ancora, starò meglio"

Il 14 dicembre lo salutammo, io e nostro figlio Nicolas, e cominciò così la nostra attesa e la nostra preghiera .

Alle 12.00 uscì l’anestesista dicendo che tutto procedeva bene e che avevano quasi finito.

Alle 14.00 mi chiamarono e mi dissero che stava succedendo qualcosa di brutto, che bisognava informarci perché era grave, ci dissero di rimanere nelle vicinanze che non si sapeva cosa sarebbe potuto succedere: nonostante i 4 bye pass collocati con successo, si era nuovamente dovuto attaccarlo alle macchine a causa di un sanguinamento di uno dei due polmoni.

Il dolore non era spiegabile, il pianto si impossessò di me insieme ad una fervente preghiera a voce alta, senza poterla controllare, il mio dramma la mia pena e la mia preghiera, confidando in Dio che non si sarebbe portato via il mio tesoro.

L’attesa fu interminabile, alle 17.30 ci chiamarono di nuovo dicendo che si era ad un 50% ,che continuava a sanguinare, ma non si sapeva da che polmone, che si stava cercando di frenare l’emorragia e che ad ogni modo lo avrebbero portato fuori con un polmone artificiale, che era ancora molto grave , che c’era possibilità che morisse e che bisognava continuare ad aspettare e sperare.

Il pianto non mi abbandonò, tanto meno la fede e la preghiera. "Dio è vivo! Resisti amore mio, ho bisogno di te", e continuai a pregare insieme ai miei figli che ci accompagnavano in quei momenti.

Alle 21.00 vedemmo venire per il corridoio una barella, lo portavano fuori; fu terribile! Il medico fece fermare la barella davanti a noi e disse: "Guardatelo, non lo vedrete per alcuni giorni, è in coma indotto, è grave , molto grave, con il torace aperto perché non lo abbiamo potuto chiudere, è gonfio dopo tante ore di sala operatoria, lo protegge una pelle artificiale, bisogna aspettare e nient’altro, noi faremo tutto il possibile, voi metteteci il sangue e la fede".

Mentre attraversava la porta dell’unità coronarica ci fece notare che non si era reso necessario l’uso del polmone artificiale. Dio! Scoppiamo a piangere. Grazie Signore! Dissi io e questo fu il primo miracolo.

Il giorno dopo, l’unica che poteva entrare, avvicinarsi al vetro per guardarlo ero io.I medici e gli infermieri che ci trattavano con tanto affetto, mi dicevano che stava molto male, che era molto grave, questo era tutto, non si poteva fare nient’altro che sperare in Dio.

Il secondo giorno continuava ad essere molto grave; mi dicevano i medici che con questi pazienti non si può mai "dire"; era sempre grave, ma si era sgonfiato abbastanza da poter essere portato nuovamente in sala operatoria per la chiusura del torace.

Nuovamente l’incertezza; mi sostenne solo la preghiera. Il pianto mi accompagnava. Tornarono dopo due ore: "E' andata bene, bisogna continuare a sperare, lui è ancora in coma".

Il terzo giorno potei avvicinarmi e prenderlo per mano, era molto gonfio e dormiva. Mi avvicinai e pregai piangendo, con tutta la forza di cui ero capace. "Amore mio, preghiamo e ringraziamo Dio per questo giorno in cui possiamo stare insieme, ti amo, mia vita, non lasciarmi".

Quel pomeriggio arrivò mia figlia maggiore e mi disse: "Mamma, Jan Emilio ti manda questo santino da mettere sulla testata del letto e dice di rimandarglielo quando papà migliora, perché è sicuro che migliorerà, San Riccardo Pampuri lo farà migliorare".

La mia fede era tanto grande che non lo misi in dubbio, dissi all’infermiera di mettere il santino sul cuscino e di tenerlo d’occhio, perché avrei dovuto restituirlo a miglioramento avvenuto. Mi rassicurò e di persona lo mise sul cuscino. Tutti i giorni, appena arrivavo, controllavo che San Riccardo fosse al suo posto a fianco del mio tesoro e pregavo con lui. Tutte le mattine chiamavo prima delle sette e la risposta era sempre la stessa: "Grave, molto grave". Tutto il personale mi guardava con affetto e pena. Gli altri pazienti arrivavano gravi, ricuperavano e venivano spostati e i loro familiari che mi vedevano nei corridoi, mi chiedevano del mio Oscar. Era un dolore tanto grande, ma la nostra preghiera non cessava, ogni notte, sola con i miei quattro figli (Costanza, nicolas, Benjamin, Pamelita ) e mio nipote, il piccolo Cristian pregavamo il Rosario e San Riccardo Pampuri che lo proteggesse, lo curasse… il dolore era tanto grande e le speranze poche, ma la mia fede, la mia preghiera non vennero mai meno. Mi aggrappai a San Riccardo con forza e con la certezza e la forza con cui me lo mandarono.

Il mio amore rimase in coma 11 giorni, il nono il medico mi disse che continuava ad essere grave, però stabile, che avevano deciso di incominciare ad abbassare le dosi di medicine per vedere se si sarebbe svegliato e vedere che cosa sarebbe successo.

L’undicesimo giorno aprì un poco gli occhi e a poco a poco incominciò a svegliarsi.

Il quindicesimo giorno lo estubarono e la dottoressa di turno quel giorno mi si avvicinò e mi disse: "Molto miracoloso il tuo santino, questo tipo di pazienti non resistono, se ne vanno, molto miracoloso".

Un mese dopo fu spostato in reparto e continuò la riabilitazione e dopo un altro mese e mezzo fu dichiarato guarito.

Oggi, otto mesi dopo l’operazione, sta molto bene, nonostante i limiti della sua condizione, la dialisi e tutto quanto successo.

L’ho accompagnato ad un controllo un paio di settimane fa e il miracolo rifiorisce: il dottore dice che il by pass funziona molto bene, che la parte non sottoposta all’intervento presenta i segni propri dell’età, ma che il polmone funziona bene.

Dio! Grazie! Signore, grazie San Riccardo Pampuri e a tutti i santi a cui l’ho raccomandato e grazie, dico ancora tutti i giorni aprendo gli occhi.

I medici, gli infermieri , l’immunologa, tutti dicono che è un miracolo,.Come dissi al medico dopo il primo controllo dalle dimissioni: "Abbiamo fatto una bella squadra: voi avete fatto il possibile per curarlo e la nostra fede era molta, non si immagina neanche la quantità di preghiere degli amici per la vita del mio amore e la protezione di San Riccardo Pampuri".

Il primo giorno che parlò mi disse: "Sono tanto stanco, amore mio, tanto stanco, ho dovuto lottare tanto, sono andato a casa, al vostro fianco, non mi avete visto e sono andato alla clinica (al suo lavoro ), ho dovuto correre tanto e dovevo sempre arrivare primo". Questa testimonianza mi diede un gran dolore, poi gli dissi : "Questo santino te lo manda Jan Emilio, ti ha salvato lui, vita mia, grazie a lui siamo ancora insieme". "Sì, lo so", rispose e da allora non si è più separato da quell’immaginetta, fino ad oggi per mandarla con questa testimonianza in Italia.

Grazie S. Riccardo Pampuri per la vita di mio marito; ti ringraziano i miei figli, parenti e il mio amore per la possibilità di tornare a stare insieme.

Grazie, perché intercedi per noi presso Dio.

Alejandra Fuentes Pizarro

San Bernardo, agosto 2010